Musica No. 238 (Gennaio 2006)
5 STELLE DEL MESE      Musica, 5 stelle del mese

La presente esecuzione si colloca, quanto a risorse strumentali, in una giusta via di mezzo, senza introdurre strumenti o prassi esecutive provenienti dal futuro. L'ensemble belga Les Muffatti sembra dunque aver preso, oltre al nome, la giusta misura del compositore eponimo. Il risultato convince. Ne viene anzitutto una sonorità chiara e trasparante, in cui le parti si armonizzano senza tuttavia perdere la propria individualità. E questo permette di apprezzare appieno le particolarità stilistiche ed espressive dell'opera. Le varie sonate, alternativamente in maggiore e in minore, non hanno una struttura esattamente ripetitiva, ma sono di massima costituite da un'introduzione in grave, seguita da un allegro fugato e da vari movimenti di danza alternati con altri gravi. Specialmente i movimenti lenti recano un'impronta di solennità corelliana, con cui contrasta piacevolmente la vivacità dei movimenti di danza. La scrittura è dichiaratamente non virtuosistica ma molto variata. L'esecuzione è precisa ed equilibrata nei tempi e nella dinamica, espressiva senza ricorrere a effetti plateali, pulita nel suono. Il libretto contiene un breve saggio del direttore Peter Van Heyghen, in cui si propone un ruolo più paritario di quanto comunemente ammesso nel rapporto fra i due coscritti-classe 1653: nello scambio di know-how fra Muffat e Corelli, anche quest'ultimo avrebbe tratto qualche ideuzza - di provenienza mitteleuropa - che gli sarebbe tornata buona in seguito.

Giancarlo Bernacchi